Ricorrenze religiose
La festa di San Calogero

Mi piace questo Santo, cosý atipico nell' agiografia tradizionale dei santi tutti preghiera e pietismo; questo Santo, nero come il carbonio in cui solo gli occhi sono bianchi e che sembrano fissarti dantoti un brivido intenso di paura. E questa festa cosý vicina all'inizio dell' estate, quando l' ardore dell'incipiente stagione si fanno giÓ sentire e nelle campagne fervono i lavori della raccolta; questa festa col suo rullo assordante di tamburi che fin dalla prima mattina invade le strade del paese scotendoti bruscamente dal sapore della notte.
Forse in ci˛ c' Ŕ il ricordo delle prime esperienze infantili, vissute con intensitÓ e fuori da ogni regola; forse il ricordo di quell'aria di leggenda e di primitivismo che circondano la figura di questo Santo, e che ti facevano sgranare gli occhi nelle serate senza fine di quelle estati passate trai gruppi di vicini che si fermavano davanti le case.

Lui infatti non Ŕ un Santo comune, come ce ne sono tanti, ma un evento particolare della natura, come lo sono gli uragani e i terremoti, qualcosa di straordinario e di tremendo insieme, un Santo barbaro, dinanzi a cui niente pu˛ resistere. Lo prova la leggenda dei sette feudi di messi mietute tutte in una sola notte, senza mai fermarsi e mentre il sudore gli scendeva copioso dalle tempie: e il sole che le bruciava, fino a farlo diventare tutto nero come il carbone. Come poi il sole se ne stesse lÓ anche di notte, a crogiolarlo come una lucertola ferma su un masso brullo, questo non c' interessa e, per favore non chiedetemelo.
Ricordo i festeggiamenti che per San Calogero si facevano a Montedoro, quand' ero ancora bambino, negli anni vicini alla guerra. Non festeggiamenti sacri, come se ne suole per i comuni santi, con tanto di regole e di adempimenti, ma manifestazioni cosý, nate e poi mantenute chissÓ per quale bizzarra volontÓ, quando l'estate era ormai alle porte e oscure linfe invadevano tutto il nostro essere, facendolo quasi esplodere. Chi badava a preparare la bara con la statua del Santo( una statuetta di non pi¨ di 60-70 centimetri di altezza) e poi ad organizzare il giro del paese, erano i fratelli Alfano, di felice memoria, "lu zý Ciccu e lu zý Tanu Arfanu", bravi calzolai del paese nonchÚ anime candide, che alla faccenda accudivano con devozione e meticolositÓ, certamente per un lontano voto. Si partiva dalla loro casa e dalle varie stradei bambini, che giÓ si erano dati voce, sbucavano allegri e sbrindellati, coi tamburi di latta e con le trombette di carta, che i genitori avevano loro portate da Naro, che era come la roccaforte del Santo, dove erano andati a fare il "viaggio". E c'era anche un tamburo, che accompagnava quella specie di improvvisata processione, il tamburo di " lu zý Minicu Lisina" , amico per la veritÓ pi¨ del dio Bacco che dei Santi. E qualche "fisci" c' era pure,che scoppiava ai vari crocicchi, tra il gridio irrepremibile di noi ragazzi. E gi¨ spintoni e piccole liti, che non tenevano per nulla conto della compostezza e del silenzio che la situazione richiedeva. "Viva San Caloriu" ; e di nuovo spintoni e liti. E i due bravi fratelli a fare raccomandazioni di stare composti e silenziosi, "di una processione si tratta". Ma no c' era verso. Tornando a casa dopo la " processione" , si mangiava "il pane benedetto"(come del resto si fa anche oggi) , che le donne avevano preparato per adempiere a una promessa fatta al Santo per una grazia richiesta e che riproduceva nelle forme la parte del corpo per la quale si era chiesta al Santo la guarigione: una gamba, un braccio, la testa e via dicendo.
Oggi la situazione Ŕ completamente cambiata. Una statua nuova, a grandezza naturale, commissionata allo scultore Emma di San Castaldo all'incirca nell' anno 1985, sostituisce la piccola statua di "lu zý Ciccu". La figura Ŕ sempre nera(e come si poteva fare diversamente?) come nero Ŕ il manto che la copre, ma con fregi d' oro, che lo distinguono dal nero compatto della figura.
La statua Ŕ statua acquistata per volontÓ di due pie donne, che si sono interessate a raccoglierne i soldi tra le persone del paese: Paolina Puma in Scalia e Serafina Sferruzza. E la processione non parte pi¨ dalla casa dei due fratelli, ma dalla Chiesa, dove la nuova statua ha trovato stabile domicilio, a metÓ della navata, sulla parte destra. Adagiato su un carro, pieno di veli bianchi e di fiori, che per l' occasione assume la forma di una nave, il simulacro del Santo esce verso il tramonto dalla Chiesa, per essere portato nei pressi di un' edicoletta fuori dell' abitato, fatta costruire da un prete montedorese, che ancora tutti ricordano per la sua bontÓ e semplicitÓ: Don Calogero Piccillo.
L' edicola sorge sopra un sasso di gesso, tra gli alberi fraganti di eucalipto, ed Ŕ dedicata allo stesso Santo. C' Ŕ anche la musica, chiamata da uno dei paesi vicini. E alla fine i fuochi d' artificio.
Gli organizzatori della festa sono un gruppo di donne,i cui nomici piace ricordare: Pina e Calogera Messana, Margherita Bufalino, Giuseppa Morreale in Galante, Maria Bonadonna, Giuseppina Nobile Orazio in La Porta, Anna Salvo in Ingrao. Una di queste Ŕ morta, altre si sono trasferite altrove.
Quello che comunque Ŕ rimasto dell' antica tradizione sono i tamburi. All'inizio si trattava di un solo tamburo, quello di "lu zý Minicu Lisina". Adesso sono tre, ben agguerriti e solenni. Vengono dalla non lontana Favara. Dal mattino alla sera sono loro i veri padroni del paese, col loro ritmo assordante, simile a una fiumana che tutto travolge innanzi a sÚ. Si fermeranno solo alla sera, quando l'effigie del Santo sarÓ riportato al suo solito posto e la calura del giorno cederÓ il passo alla frescura della sera.
Giuseppe Alfano